Terapia antiaggregante e anticoagulante‍

Quando servono antiaggreganti e anticoagulanti e come comportarsi?

Terapia antiaggregante e anticoagulante‍

Chi soffre di patologie a carico di cuore e/o vasi sanguigni (arterie o vene), chi ha già sperimentato un evento acuto o chi presenta un elevato rischio cardiovascolare a causa dei tipici fattori di rischio (ipertensione, iperglicemia/diabete, ipercolesterolemia, fumo, età > 50 anni, sesso maschile ecc.) può avere bisogno di assumere farmaci antiaggreganti e/o anticoagulanti. 

In questi casi, se ci si deve sottoporre a cure odontoiatriche, è importante avvisare il dentista della terapia che si sta assumendo ed, eventualmente, metterlo in contatto con il cardiologo di riferimento per pianificare un adeguato bilancio tra le diverse esigenze terapeutiche.

Quando servono antiaggreganti e/o anticoagulanti

Le condizioni croniche e le circostanze acute che possono rendere necessaria la prescrizione di farmaci antitrombotici (detti anche “antiaggreganti piastrinici”) o veri e propri anticoagulanti sono innumerevoli. 

Le indicazioni vanno dalla semplice prevenzione di complicanze (per esempio, dopo un intervento chirurgico maggiore od ortopedico, che richiedono la permanenza a letto e/o una ridotta mobilità per diversi giorni) alla cura di patologie vascolari o cardiache croniche di diversa natura e gravità, tra cui:

  • fibrillazione atriale;
  • coronaropatia;
  • periodo post infarto;
  • prevenzione secondaria dell’ictus cerebrale ischemico;
  • trombosi venosa profonda;
  • embolia polmonare.

La valutazione del rischio trombotico e la conseguente definizione della terapia antiaggregante e/o anticoagulante sono di stretta competenza del medico che segue il paziente (che, a seconda dei casi, può essere il Cardiologo, il Chirurgo vascolare, l’Ematologo ecc.).

Per ottenere un adeguato bilancio emostatico (vale a dire un corretto equilibrio tra propensione alla coagulazione e al sanguinamento), si possono utilizzare diverse classi di farmaci, in monoterapia o in associazione tra loro.

Le classi di farmaci maggiormente prescritte sono:

  • antiaggreganti (es. cardioaspirina, clopidogrel, ticagrelor, ticlopidina, indobufene);
  • anticoagulanti antagonisti della vitamina K (es. warfarin);
  • anticoagulanti di nuova generazione (es. rivaroxaban, dabigatran, apixaban, edoxaban).

Cure odontoiatriche e sanguinamento

Nonostante una terapia ben definita, le persone che assumono farmaci antiaggreganti e/o anticoagulanti presentano un rischio di sanguinamento leggermente aumentato, andando più facilmente incontro a ecchimosi in occasione di traumi modesti e a emorragie in caso di ferite che ledono cute o mucose.

In considerazione dell’elevata vascolarizzazione delle mucose della bocca e della necessità di attuare manovre invasive, è importante tener conto di questo aspetto quando un paziente in terapia antiaggregante e/o anticoagulante deve essere sottoposto a interventi odontoiatrici di una certa importanza, come avulsioni dentali complesse o incisioni gengivali.

Come comportarsi

Se, da un lato, l’assunzione di farmaci antiaggreganti e/o anticoagulanti può causare un eccessivo sanguinamento durante la chirurgia orale, dall’altro, interromperne l’assunzione può far aumentare il rischio di eventi tromboembolici locali o sistemici rischiosi per la salute generale, come l’infarto miocardico, l’ictus cerebrale, la trombosi venosa profonda o l’embolia polmonare.

Per bilanciare tra rischio emorragico e rischio tromboembolico, le linee guida dell’European Heart Rhythm Association (Steffel J. et al., European Heart Journal 2018; 39: 1330-1393) suggeriscono di mantenere la terapia in corso, salvo per alcuni tipi di procedure odontoiatriche, nelle quali comunque l’atteggiamento dipende dalla patologia per cui si assume il farmaco e dall’obiettivo della prevenzione antitrombotica. 

Tra gli interventi che il dentista può eseguire senza sospendere i farmaci antiaggreganti e/o anticoagulanti e senza la necessità di consultare il medico che ha prescritto la terapia farmacologica ci sono:

  • l’estrazione di uno o due denti;
  • l’intervento semplice di implantologia;
  • l’inserimento di protesi mobili o fisse;
  • la cura canalare;
  • i restauri dentali;
  • la cura di una parodontite lieve.

In tutti questi casi, si tratta di interventi caratterizzati da un basso rischio emorragico, con sanguinamento modesto e facilmente gestibile, che possono essere eseguiti in totale sicurezza per il paziente.

Altre procedure odontoiatriche sono, invece, considerate ad alto rischio emorragico e meno facilmente gestibili. In particolare, si tratta di:

  • estrazione di tre o più denti;
  • innesto osseo;
  • cura di una parodontite profonda.

In questi casi, l’odontoiatra dovrà conoscere l’anamnesi cardiologica del paziente e tener conto dell’eventuale terapia antiaggregante e/o anticoagulante in corso prima di procedere con l’intervento orale. 

Ciò non significa necessariamente che si dovrà sospendere l’assunzione dei farmaci antiaggreganti e/o anticoagulanti per un certo periodo, ma che sarà indispensabile coinvolgere il cardiologo nella valutazione dei rischi associati alla terapia in corso rispetto alla sua interruzione temporanea e seguire i suoi consigli su quale sia la migliore soluzione nel caso specifico.

A titolo di rassicurazione, va sottolineato che nella maggioranza dei casi la terapia antiaggregante e/o anticoagulante può essere proseguita senza problemi. Anche nei casi in cui è nota una particolare propensione al sanguinamento, se il trattamento è considerato indispensabile, si può ridurre il dosaggio dei farmaci assunti per pochi giorni prima della procedura, senza sospenderli completamente.

Nel caso in cui la terapia antiaggregante e/o anticoagulante sia stata prescritta in seguito a un evento cardiovascolare acuto recente, invece, dovrà sempre essere lo specialista di riferimento (generalmente, il cardiologo) a stabilire gli “obblighi farmacologici”, permettendo o negando una modifica del trattamento impostato.